Lea Godino
Bologna
Il Gruppo Formazione e Ricerca di SIAN Italia riunisce soci con esperienza nella ricerca e nei percorsi di dottorato, per sostenere l'attività scientifica della società e i progetti infermieristici nelle diverse regioni. Qui trovi chi ne fa parte e i materiali di metodo del gruppo: come scrivere un abstract, leggere un articolo di ricerca, costruire un clinical pathway.
Il gruppo riunisce soci con esperienza nella ricerca e nei percorsi di dottorato. Sostiene l'attività scientifica della società e i progetti infermieristici nelle diverse regioni.
La coordinatrice, Domenica Gazineo, coordina anche il comitato tecnico scientifico. I temi clinici specifici sono affidati ai gruppi di progetto.
Diciotto soci da tutta Italia, molti dei quali partecipano anche ai gruppi di progetto e agli organi della società.
Bologna
Bracciano (RM)
Como
Muravera (CA)
Pieve di Soligo
Milano
Padova
Padova
Milano
Genova
Cosenza
Napoli
Carpi (MO)
Caserta
Fermo
Piacenza
Catania
Lentini (SR)
Guide pratiche di Alessandra Zampieron (quella sull'abstract è stata rivista da Domenica Gazineo nel 2021): dall'abstract per il congresso alla lettura critica di un articolo, fino alla bibliografia e ai clinical pathways.
Di Alessandra Zampieron, revisione di Domenica Gazineo, 2021.
È un breve riassunto che descrive le componenti principali dell'articolo. Offre una visione d'insieme del problema, dei metodi, dei risultati e delle proposte. Consente di rivedere velocemente i contenuti principali di un testo e, a un futuro lettore, di valutare se lo studio è di particolare interesse.
L'abstract dovrebbe sintetizzare:
Nell'introduzione vanno riportate le conoscenze scientifiche esistenti rispetto all'argomento di interesse. Se non ci sono evidenze, riportare la descrizione e la fonte da cui è stata recuperata. Alla fine dell'introduzione descrivere i contenuti e lo scopo dell'argomento trattato.
Esempio di introduzione e scopo: "Le infezioni dell'emergenza cutanea rappresentano un problema… È stata quantificata l'incidenza di infezioni dell'emergenza cutanea (e.c.) tra i pazienti in dialisi peritoneale domiciliare." (AAVV. Indagine descrittiva sulla cura dell'emergenza cutanea nel paziente in dialisi peritoneale)
L'abstract spiega brevemente come è stata condotta l'indagine o la ricerca: con quali strumenti, la popolazione, il periodo e il setting di osservazione.
"Sono stati seguiti per un anno tutti i pazienti in dialisi peritoneale che afferivano a 23 centri, ed osservate le condizioni dell'e.c., classificate secondo Twardowsky. All'insorgenza di infezione venivano raccolti dati sulle modalità di trattamento." (AAVV. Indagine descrittiva sulla cura dell'emergenza cutanea nel paziente in dialisi peritoneale)
Nota bene: in caso di protocollo di studio, descrivere gli aspetti etici e del consenso informato.
Presentare i risultati principali accompagnati da dati specifici (eventualmente con il significato statistico), in modo sintetico e con l'aiuto di tabelle e grafici.
"L'infezione si è verificata in 40 pazienti (10,1%). L'82,2% dei pazienti ha un catetere di Tenckhoff, il 3% tiene l'e.c. scoperta. Ciascun centro adotta delle pratiche diverse, sia per quanto riguarda la frequenza di cambi di medicazione, sia per l'uso dei disinfettanti che per l'esecuzione routinaria di tamponi nasali…"
Spiegazione del risultato più significativo e proposte di eventuali applicazioni in ambito clinico, organizzativo o educativo.
"…non è emersa alcuna associazione tra l'insorgenza di infezioni e singoli fattori quali, ad esempio, direzione del tunnel e frequenza dei cambi di medicazione. Sarebbe opportuno cominciare ad attivare tra i centri una discussione sugli aspetti controversi nella gestione dell'e.c. e definire delle linee guida comuni."
Nella parte conclusiva di un articolo si trovano le implicazioni per la pratica clinica, l'organizzazione, la formazione e la possibilità di usare i risultati, anche quelli collaterali. Alcuni esempi:
Di Alessandra Zampieron.
Con l'introduzione della riforma sanitaria le aziende devono prevedere un sistema in grado di mantenere la qualità dell'assistenza, migliorando i livelli di efficienza ed efficacia con le risorse disponibili (vincolo economico del pareggio). Lo strumento è quello dell'accreditamento istituzionale, che impone alle aziende di raggiungere una serie di requisiti organizzativi, tecnologici e strutturali tali da assicurare ai cittadini la qualità dell'assistenza offerta. Specialmente i requisiti organizzativi, cioè quelli da raggiungere per primi, possono avvantaggiarsi dell'uso dei clinical pathways.
In discipline come l'ingegneria e l'economia, da decenni sono in uso strumenti manageriali atti a monitorare il tempo dell'evoluzione di un dato progetto [1]. Nel mondo sanitario anglosassone, sin dal 1985, si è iniziato a importare tali strumenti, sviluppandoli e adattandoli al contesto assistenziale [2]. Lo scopo principale è stato costruire procedimenti in grado di prevedere e descrivere in anticipo le necessità e le richieste d'assistenza dei pazienti, nell'ambito di specifiche tipologie di casi. Il passo successivo prevedeva il confronto tra lo stato reale e quello previsto dal procedimento, e quindi l'adozione del nuovo percorso.
Sono nati così i clinical pathways, strumenti atti a definire la programmazione ottimale degli interventi eseguiti da tutte le discipline, per ogni particolare procedura assistenziale, adattabili al singolo paziente, costruiti in maniera multidisciplinare e interdisciplinare (a differenza degli standard d'assistenza, che possono anche non esserlo) [1]. Proprio perché riescono a implementare la pianificazione gestionale e temporale di tutti gli interventi assistenziali, ai path è riconosciuto il merito di migliorare il coordinamento degli interventi. In pratica i path servono a organizzare e a mettere in sequenza d'azione, in un dato periodo di tempo, tutti i professionisti sanitari (analisi tempo-compito), regolando la successione degli interventi: diagnostici, terapeutici, nutrizionali, educativi, di sicurezza, di pianificazione alla dimissione, di screening di pre-ospedalizzazione, di consulenza.
Un altro servizio reso dai path è semplificare e migliorare la raccolta dei dati e la loro successiva elaborazione. L'aspetto davvero innovativo dei clinical pathways è che devono essere creati e sviluppati proprio dalle figure professionali che in seguito li utilizzeranno. L'applicazione pratica del path permette di affinare il path stesso, ma anche di documentare le prestazioni assistenziali erogate, con la disponibilità immediata di molti parametri epidemiologici, tra cui la varianza dai propri standard (per tempi, materiali, complicanze, risorse impiegate, costi): dati molto apprezzati da amministratori e ricercatori. Oltre che per scopi scientifici e di ricerca, questi dati possono servire a ridurre le inefficienze, contenere i costi, migliorare il rapporto costo/efficacia, aumentare la predittività e la qualità dell'assistenza erogata, o per formare ed educare il personale e perfino gli utenti.
Una volta che l'amministrazione si è dimostrata favorevole all'uso dei path, gli esperti in materia [3-5] consigliano per la costruzione dei primi path:
Diventa quindi cruciale la selezione del team, che oltre a comprendere esperti di ogni disciplina rilevante per la diagnosi scelta dovrebbe essere presieduto da un leader idealmente rispettato da tutti i componenti. Tutti i componenti del team dovrebbero essere favorevoli all'idea dell'uso dei path e abituati all'approccio multidisciplinare: capaci cioè di lavorare in gruppo, apertamente ed empaticamente, stabilendo e mantenendo un'atmosfera positiva. Sono considerate essenziali la conoscenza e l'esperienza di epidemiologia, statistica, clinica e project management.
A questo punto può iniziare l'esame della letteratura scientifica basata sull'evidenza (Evidence Based Medicine, Evidence Based Nursing), dei propri standard, dei dati di benchmarking e, al limite, dei path già esistenti, cercando di evitare la semplice riproduzione di quanto già fatto. Raggiunto un accordo sugli outcome da raggiungere per la diagnosi prescelta (riduzione della degenza, dei costi, delle complicanze, delle recidive, della mortalità; aumento della qualità dell'assistenza erogata, della soddisfazione del paziente e degli operatori; riduzione del turn-over), si scelgono gli interventi necessari e si cerca l'accordo interdisciplinare sulla sequenza temporale degli interventi.
La stesura del path deve essere la più semplice possibile e quindi facilmente trasferibile su un programma informatico. Il path può essere organizzato sotto forma di albero decisionale o di tabella, come nell'esempio della figura 1 [1].
Figura 1. Bozza di un path per un paziente in IR: in alcune caselle è riportato genericamente e sommariamente l'iter da seguire. Apri la figura, prima parte · seconda parte
A prima vista l'introduzione dei clinical pathways può suscitare qualche perplessità [3]:
In realtà anche per i clinical pathways vale la regola dell'80/20: solo nel 20% dei casi si incorre in variazioni più o meno complesse dal path. La stessa varianza dal path porta a una successiva analisi e a correzioni che non possono prescindere da riflessioni, modifiche e personalizzazioni del path: azioni non certo assimilabili alla cookbook medicine. Inoltre la correzione e l'aggiornamento dei path da parte degli operatori è certamente un valido strumento per affermare la loro indipendenza dall'istituzione da cui dipendono.
I clinical pathways sono strumenti essenziali del Managed Care System: delineano il fabbisogno di assistenza previsto e i risultati da raggiungere nell'arco di tempo prestabilito [1]. Non sostituiscono il giudizio clinico e il decision making; rendono gli operatori sempre più in grado di rispondere in modo standardizzato alle varianze così comuni nella pratica clinica; hanno l'indubbio vantaggio di fornire uno strumento valido per ridurre i rischi legali, sempre più insiti nella professione sanitaria. Sono inoltre una pubblica dichiarazione degli standard assistenziali adottati e garantiti ai pazienti. Le aziende dovranno pretenderne il rispetto da parte degli operatori e garantire sia la preparazione di chi è preposto al loro uso, sia la disponibilità delle risorse necessarie alla loro applicazione.
Analisi delle ricerche EDTNA/ERCA, di Alessandra Zampieron. Dalle pubblicazioni del XVIII Congresso Nazionale EDTNA/ERCA.
Negli ultimi anni si sono diffuse sempre più le riviste infermieristiche che pubblicano articoli di ricerca. Non tutto quello che è pubblicato è di buona qualità: molti studi non offrono risultati utili alla pratica infermieristica, perché non sono basati su ipotesi valide e non sono condotti con modalità scientifiche. Inoltre la lettura degli articoli di ricerca non deve rimanere un esercizio a sé, ma dovrebbe essere uno spunto costruttivo per la propria professione (nella clinica, nella formazione e nell'organizzazione).
Questo workshop ha come obiettivo principale insegnare a leggere in modo costruttivo gli articoli di ricerca nel nursing, in particolare in ambito nefrologico. La presentazione procede sempre su un doppio binario, fra concetti di metodologia della ricerca, lettura critica ed esempi concreti tratti da articoli (o relazioni), più o meno validi, scritti negli ultimi anni sull'assistenza al paziente nefropatico, ricavati soprattutto da:
Imparare a leggere un articolo di ricerca infermieristica è importante essenzialmente per tre motivi.
Leggere articoli di ricerca non è facile se non ci si è mai esercitati e se non si ha almeno un'infarinatura di metodologia della ricerca sanitaria e sociale. Servono inoltre alcune nozioni di base di epidemiologia e di statistica. All'inizio possono servire anche 4-6 letture dello stesso articolo. Come in ogni abilità, però, l'esercizio permette di migliorare: anche nella lettura un impegno costante migliora le prestazioni, aumenta la capacità di comprensione al primo approccio e permette di diventare più veloci. Un po' di aiuto da parte di persone esperte migliora inoltre i processi di apprendimento.
"Processo intellettuale attivo attraverso il quale il lettore partecipa ad un dialogo con lo scrittore." (Paul, 1990)
Forse la definizione di Paul è quella che meglio incarna l'utilità e la piacevolezza di una lettura attenta e partecipe di un articolo di ricerca. Lettura critica, sempre secondo Paul (1990), "significa addentrarsi in una prospettiva alternativa alla propria, quella dello scrittore. Il lettore critico cerca attivamente le ipotesi, i concetti e le idee chiave, i motivi e le giustificazioni, gli esempi di sostegno, le esperienze parallele e qualsiasi altra caratteristica strutturale del testo scritto, al fine di interpretarlo e valutarlo in maniera accurata ed imparziale". Un modo alternativo di porsi davanti a un testo scritto, controcorrente rispetto alle abitudini "usa e getta" della società contemporanea, dove anche le parole stampate vivono al massimo pochi mesi: si pensi al destino fugace di molti best-seller, che dopo una stagione di vendite finiscono al macero.
La revisione di ricerca, secondo Leininger, è l'identificazione e la sintesi delle caratteristiche, degli aspetti e dei contenuti di uno studio. La critica di ricerca va invece oltre il contenuto dello studio, per arrivare a un giudizio sulla sua significatività e sul suo valore scientifico. Per farlo servono criteri che valutano sia aspetti specifici sia aspetti generali: si analizzano le strategie usate per eseguire la ricerca, anche in rapporto alle condizioni e ai limiti della ricerca, oltre alle considerazioni etiche. Il processo di critica richiede attenzione allo scritto più che all'autore. È inoltre necessario mantenere una sorta di "isolamento emotivo", evitando di farsi influenzare da opinioni e sentimenti personali; e la critica non deve mai essere eccessivamente drastica.
Non tutti gli scritti vanno letti in modo critico: la lettura critica ha un fine che va oltre il semplice piacere di leggere. Si può affermare che è la base per studiare, applicare, approfondire e fare proprio uno scritto. I suoi scopi principali sono:
La lettura critica è un processo e si compone quindi di fasi, o livelli, chiamati anche fasi di comprensione. Le fasi sono essenzialmente quattro e non sempre vanno percorse per intero: dipende dall'interesse per l'argomento dell'articolo e dall'uso che se ne vuole fare. A volte la prima fase basta a capire che si può evitare di approfondire, perché l'argomento non interessa, l'articolo è scritto male o lo studio non è condotto correttamente. In altri casi la comprensione analitica è già sufficiente a capire bene il testo.
"Metodo sistematico di attuazione nella pratica clinica delle innovazioni basate sui risultati scientifici dei medesimi, di condivisione del sapere attraverso il processo di divulgazione della ricerca." (LoBiondo e Haber, 1994)
Usare la ricerca significa acquisire nuove conoscenze di nursing: un modo diverso di studiare e di aggiornarsi. Gli articoli di ricerca sono spunti dinamici e innovativi per ampliare le conoscenze acquisite durante la formazione di base. Leggere le ricerche permette anche di valutare le proprie prestazioni professionali, confrontandosi con quelle di altre strutture sanitarie. Gli infermieri possono infine tentare di applicare i risultati della ricerca: gli articoli rispondono alle mille domande che ci si pone ogni giorno nell'assistere l'utenza, offrendo soluzioni e proposte.
Nell'attuale contesto sanitario l'uso della ricerca infermieristica è fondamentale per documentare la qualità dell'assistenza fornita, in particolare la sua efficacia e la sua efficienza: la ricerca unisce strettamente teoria e pratica. Tutti gli infermieri devono almeno essere consapevoli dell'importanza e del valore dell'uso della ricerca, ma sarebbe auspicabile che il maggior numero possibile ne diventasse fruitore critico. La lettura di articoli di ricerca aumenta prima il bagaglio culturale dell'infermiere; poi, se i risultati sono incoraggianti, può essere applicata alla pratica clinica, permettendo un'assistenza evidence based. Attraverso la ricerca si valuta se l'assistenza erogata è adeguata e si possono prendere decisioni per modificare la clinica, ma anche le politiche sanitarie e assistenziali. La ricerca dà inoltre prestigio alla professione infermieristica, perché è sinonimo di professionisti preparati, intraprendenti e innovativi.
Fonti e modalità di scrittura, di Alessandra Zampieron.
La bibliografia di un articolo permette valutazioni importanti sul suo merito e sulla sua qualità. Una buona modalità di citazione indica già un autore esperto, e altre caratteristiche sono segno di accuratezza, completezza e valore dello studio.
Sono gli elementi che permettono di riconoscere la qualità della bibliografia: quella di un buon articolo dovrebbe averli tutti.
Ad esempio, in ambito nefrologico una fonte classica può essere una pubblicazione dell'ANNA (American Nephrology Nurses' Association). Il Core Curriculum dell'ANNA, in particolare, pur non essendo recentissimo, resta un testo di grande valore.
In genere si preferiscono le fonti primarie a quelle secondarie (fonti rielaborate o tradotte dalla lingua originale). Le fonti primarie sono le più idonee, ma in loro mancanza possono andare bene anche quelle secondarie. Attenzione però a non fingere di aver usato una fonte primaria se non è vero: per un esperto è facile accorgersi dell'uso di una fonte secondaria presentata come primaria. Molti libri e articoli, soprattutto i meno recenti, non sono facilmente reperibili in Italia: è meglio dichiarare il testo effettivamente usato. Internet permette comunque di acquistare articoli e testi direttamente dall'estero.
La quantità e la qualità della bibliografia possono variare molto: da una bibliografia essenziale a una bibliografia ragionata, dettagliata e molto vasta. L'analisi bibliografica deve però essere completa, sistematica e critica. La vastità della bibliografia deve essere proporzionale all'importanza dello studio e al prestigio dell'autore e della rivista che pubblica l'articolo. Un numero minimo di fonti (10-20) è indispensabile, ma in genere conta più la qualità della quantità.
Il prestigio può derivare dall'autore, dalla rivista, dalla casa editrice. Ogni settore del nursing ha i suoi autori e le sue riviste di prestigio: per l'ambito nefrologico, ad esempio, le pubblicazioni dell'ANNA a livello mondiale e dell'EDTNA/ERCA a livello europeo, con i loro rappresentanti più autorevoli. Più in generale, citare Paola Di Giulio o l'ex "La Rivista dell'Infermiere" in Italia è segno di valore dell'articolo; nel mondo è riconosciuto che una delle riviste infermieristiche più prestigiose è il Journal of Advanced Nursing. Anche fra le case editrici si preferiscono quelle con esperienza decennale nella letteratura infermieristica e un vasto catalogo dedicato al nursing.
Una buona bibliografia comprende tutti e tre i tipi di fonti:
I testi offrono le definizioni generali, gli articoli le acquisizioni più recenti; internet permette una panoramica globale dell'argomento, per essere sicuri di non aver dimenticato nulla e restare aggiornati.
Autori (tutti; se sono più di sei, farli seguire da "et al." o "e coll."), titolo, nome della rivista (anche nella forma abbreviata codificata da Index Medicus), data di pubblicazione (anno, eventualmente mese), numero del volume, numero del fascicolo, pagine. Ad esempio:
Woodcock S. Perché le infermiere nefrologiche si focalizzano sui problemi della compliance quando lavorano nel settore di ED riabilitativa? EDTNA/ERCA J., gennaio-marzo 1999; XXV(1): 30-32.
In genere si seguono modalità "accreditate" per elencare le fonti: quelle previste da Index Medicus, ad esempio, sono molto valide. In pratica, per gli articoli di rivista si tratta di riprodurre la modalità presentata nelle schermate degli indici informatici.
Autori, titolo, volume o numero dell'edizione, titolo del capitolo e relativo autore (se i capitoli sono scritti da autori diversi), casa editrice e città (o viceversa), anno di pubblicazione, pagine. Ad esempio:
Spero di avere stimolato una gioiosa curiosità per la letteratura infermieristica di ricerca. Ma ricordate che il piacere di leggere viene leggendo!
Di Alessandra Zampieron.
Devono essere immediatamente interpretabili e senza ridondanze, con didascalia, numero di identificazione nel testo, titoli di righe e colonne, senza abbreviazioni.
Nella discussione vanno fatti emergere i limiti della ricerca.
Gli articoli scientifici segnalati nella pagina del gruppo.
Abstract presentati a congressi e contributi pubblicati sulle riviste di settore.
I soci ordinari possono partecipare ai gruppi di progetto e presentare i propri lavori al congresso nazionale.